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set 2018

Rai 3 Presa Diretta – L’Artico e i danni dei cambiamenti climatici sono il tema della trasmissione di Riccardo Iacona su Rai 3. Il reportage illustra come le attività umane degli ultimi due secoli stiano cambiando l’equilibrio in quei territori, con conseguenze gravi anche per l’intero pianeta. Le telecamere del programma documentano il lavoro quotidiano compiuto dai ricercatori del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) che stazionano presso la base artica di Ny ALesund, ‘Dirigibile Italia’. Un lavoro importante sottolineato anche dal presidente del Cnr Massimo Inguscio.

A fare da guida sulla ‘torre dei cambiamenti climatici’, cuore della ricerca nella base italiana, sono Angelo Viola, coordinatore scientifico della Base e Mauro Mazzola, entrambi dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima (Cnr-Isac). Per chi si occupa di certe tematiche, l’Artico è una sorta di macchina del tempo. Per Carlo Barbante, direttore dell’Istituto per la dinamica dei processi ambientali (Cnr-Idpa) le informazioni che si possono ottenere dai suoi ghiacci consentono di avere un record continuo sulla composizione dell’atmosfera e quindi della temperatura della Terra a partire da 800 mila anni fa. Si scopre così che oggi la concentrazione di anidride carbonica ha superato le 400 parti per milione. Ciò è determinato dall’impatto antropico degli ultimi 150 anni, da quando l’uomo ha iniziato a usare la combustione come fonte di energia. La sempre maggiore emissione di gas serra e Co2 nell’atmosfera ha prodotto un vertiginoso aumento di temperatura, che è quasi due volte maggiore nelle regioni artiche. Considerando quei territori come ‘il termometro del pianeta’, gli effetti di quel cambiamento si stanno riversando non solo sull’Artico stesso, avviandolo a un punto di non ritorno, ma anche su tutte le altre regioni del pianeta. Una delle conseguenze, per esempio, sono rappresentate dalla formazione dei tornado nel mar mediterraneo, come spiega il climatologo del Cnr-Isac Antonello Pasini; e c’è un allarme temperatura soprattutto per l’Italia. Secondo i dati forniti da Michele Brunetti, altro ricercatore sempre dell’Isac, dal XIX secolo il Paese si è surriscaldato di oltre 2 gradi. Si  tratta di un incremento del 30-40% maggiore della crescita globale.

Tornando in Artico, un altro problema evidenziato dal Consiglio nazionale delle ricerche è l’inquinamento, apparentemente invisibile, che però lascia traccia all’interno della neve ghiacciata. Elena Barbaro del Cnr-Idpa studia le particelle inquinanti, trasportate dalle medie latitudini più densamente popolate del pianeta – dalle nostre città – che si depositano sul manto nevoso. Invisibili a occhio nudo, sono i costituenti di quello che viene definito ‘black carbon’, la principale fonte di inquinamento dell’Artico.

Il Polo Nord non è soltanto oggetto di inquinamento, ma è a sua volta, involontariamente, contribuisce all’inquinamento dell’atmosfera, proprio a causa dell’aumento delle sue temperature. La causa è lo scioglimento del permafrost, il cosiddetto ‘gigante dormiente’. Tommaso Tesi è un ricercatore del Cnr-Ismar, istituto che possiede una serie sterminata di campioni di permafrost, artici e antartici. Il suo scioglimento libera il carbonio contenuto, che può essere attaccato dai batteri, i quali ‘digerendolo’ lo trasformano in Co2 e metano rilasciati nell’atmosfera. Si stima che nel 2100 il rilascio di questi gas serra ‘gratuiti’, ovvero non richiesti per reali necessità umane, come quelli determinati già dall’uso dei combustibili fossili, possa essere del 25%.

La piccola comunità di scienziati del Cnr a Ny Alesund svolge un compito importante. Alla luce delle ultime scoperte si tratta di una realtà necessaria per capire la ‘patologia’ che avanza di cui è affetto l’Artico e il Cnr – come dichiara il suo presidente Massimo Inguscio – sta dando prova di capire la necessità di investire in risorse umane per portarla avanti. Una speranza anche per quei precari che pure in Artico rappresentano il 30% dei ricercatori.

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