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mar 2016

Il Mediterraneo è un mare particolarmente vulnerabile, vista la sua morfologia e la sua posizione geografica. Per questo e per l’intensa attività di sfruttamento è caratterizzato da un ecosistema molto fragile. Su di esso si affacciano 22 Stati appartenenti a tre diversi continenti: Europa, Asia, Africa. Solo a partire dagli anni ’90 gli Stati costieri del Mediterraneo hanno cominciato a proclamare le loro rispettive zone economiche esclusive, ovvero delle zone in cui lo Stato può sfruttare tutte le risorse marine e difendere l’ecosistema. Questo produce una notevole frammentazione giuridica.

“La frammentazione giuridica del Mar Mediterraneo produce un alto grado di incertezza giuridica e questo si ripercuote sulla capacità di un’adeguata protezione ambientale di questo mare”, spiega Gemma Andreone, ricercatrice dell’Istituto di studi giuridici internazionali del Cnr (Isgi-Cnr) e coordinatrice del progetto europeo ‘Marsafanet’. “Ogni Stato gestisce in modo diverso queste zone, decidendo di regolamentare solo alcuni aspetti, senza esercitare tutti i diritti statali previsti dal diritto internazionale, creando delle zone cosidette ‘ridotte’. L’Italia è uno di questi Paesi, poiché ha proclamato una zona di protezione ecologica (Zpe), oltre le 12 miglia nautiche, nel mar Ligure, nel Tirreno e  nel mar Mediterraneo occidentale, escludendo l’Adriatico, il mar Ionio e il Canale di Sicilia che restano soggette alla libertà di navigazione e di sfruttamento delle risorse senza alcuna possibilità di intervenire sulle navi straniere per proteggere l’ambiente. A distanza di alcuni anni dall’istituzione della Zpe, appare necessario valutare la scelta italiana di proclamare una zona ridotta rispetto alla Zona economica esclusiva, sia alla luce della nuova politica marittima integrata dell’Ue, sia in un’ottica comparativa rispetto alle scelte effettuate dagli Stati mediterranei vicini e, in particolare, dagli Stati membri dell’Unione europea”.

In tal senso, è necessario interrogarsi su come rafforzare la cooperazione internazionale e il rilancio di politiche di preservazione e conservazione delle aree marine transnazionali  al fine di garantire la reale ed effettiva protezione ambientale nel Mar Mediterraneo. “Le politiche di preservazione e conservazione delle aree marine stanno dando forma e contenuto ad un nuovo concetto di valore economico del mare. Quest’ultimo si basa sulla necessaria esistenza di un ambiente marino salubre, quale fonte primaria e imprescindibile di ricchezza per tutti i settori produttivi ed il loro indotto: dalla pesca al turismo alla ricerca scientifica di nuove materie prime e lo sfruttamento sostenibile di risorse energetiche”, prosegue Andreone. “Nell’ambito degli approcci elaborati a livello internazionale ed europeo, l’Italia potrebbe proseguire a livello nazionale nella strada di promozione e attuazione di un nuovo valore economico del mare che coinvolga la programmazione di volta in volta rilevante per tutti i settori produttivi (es. pesca, turismo, risorse energetiche..), anche al fine di promuovere l’innovazione, la ricerca scientifica, l’occupazione e l’equità sociale”.

 

 

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