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ott 2019

Negli ultimi dieci anni la conservazione della Caretta caretta, specie prioritaria inserita nella Direttiva Habitat e protetta da numerose convenzioni internazionali, ha assunto un aspetto strategico per il bacino Mediterraneo, dove la pesca professionale sembra rappresentare la principale minaccia per la sopravvivenza della specie.

Stime recenti suggeriscono infatti che nel Mediterraneo ogni anno oltre 130 mila le tartarughe marine rimangono vittime di catture accidentali da parte dei pescatori professionisti, con la possibilità di oltre 30-40,000 decessi. Il progetto Tartalife, promosso nelle 15 regioni italiane che si affacciano sul mare e coordinato dall’Istituto per le Risorse Biologiche e le Biotecnologie Marine del Cnr (Cnr-Irbim) di Ancona, si inserisce in questa complessa problematica allo scopo di ridurre la mortalità della tartaruga marina Caretta caretta indotta dalle attività di pesca,  contribuendo alla conservazione della specie nel Mediterraneo.

Il progetto è stato finanziato dall’Unione Europea attraverso il fondo LIFE+ NATURA 2012 e cofinanziato dalla Regione Marche e appoggiato dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali – Direzione Generale Pesca (MIPAAF).

Al progetto hanno collaborato anche: Fondazione Cetacea, Legambiente, Consorzio UNIMAR, Parco Nazionale dell’Asinara, Area marina protetta “Isole Egadi”, Area marina protetta “Isole Pelagie”, Provincia di Agrigento.

Il progetto Tartalife ha ha perseguito la riduzione della mortalità di Caretta caretta determinata dalle attività di pesca professionali attraverso due principali obiettivi specifici: la riduzione delle catture accidentali (bycatch) attraverso modifiche tecniche degli attrezzi in uso e la riduzione della mortalità post-cattura, attraverso la formazione dei pescatori sulle buone prassi da seguire a bordo in caso di cattura accidentale, la formazione degli operatori dei centri di recupero delle tartarughe e un’intensa azione di sensibilizzazione dell’opinione pubblica. 

“TartaLife è stato il progetto italiano in grado di coinvolgere il maggior numero di pescatori e imbarcazioni”, spiega Alessandro Lucchetti, ricercatore Cnr-Irbim e coordinatore scientifico del progetto. “Considerando la complessità della problematica, i pescatori sono stati i veri protagonisti del progetto e da un’iniziale diffidenza si è passati ad una fattiva collaborazione”.

Tanto c’è ancora da fare ma il percorso segnato da TartaLife ha reso più roseo il futuro delle tartarughe marine in Mediterraneo.

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