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Lontani buchi neri sotto la lente in raggi X

MediaInaf Tv- Un nuovo studio a partecipazione italiana ha utilizzato per la prima volta una tecnica che permette di vedere in dettaglio nei raggi X sistemi di buchi neri nell’universo primordiale, ricavando informazioni da oggetti che sono normalmente troppo distanti da studiare con i telescopi per raggi X esistenti. Per visualizzare con dettagli straordinari un lontanissimo nucleo galattico attivo, i ricercatori hanno sfruttato un fenomeno noto come “lente gravitazionale”. L’effetto si verifica quando il percorso della luce proveniente da oggetti distanti viene piegato da una grande concentrazione di massa – come una galassia – che si trova lungo la linea di vista, amplificando la luce e creando immagini duplicate dell’oggetto di sfondo. Il satellite Chandra della Nasa aveva rilevato nella zona di cielo tre sorgenti di raggi X, mentre un precedente studio, guidato da Cristiana Spingola dell’Inaf e realizzato grazie a una rete di radiotelescopi, aveva dedotto la presenza di due possibili buchi neri supermassicci molto, molto vicini tra loro. Utilizzando un modello basato sui dati radio, il nuovo studio – che vede sempre Spingola fra gli autori – ha concluso che le tre sorgenti di raggi X dovevano essere il risultato dell’emissione di due oggetti distinti, emissione poi amplificata dalla lente gravitazionale. Questi due oggetti che emettono raggi X sono probabilmente una coppia di buchi neri supermassicci in accrescimento oppure un unico buco nero supermassiccio con il relativo getto. In ogni caso, i raggi X provenienti da questo oggetto sono stati emessi quando l’universo aveva solo 2 miliardi di anni, rispetto alla sua età attuale di quasi 14 miliardi di anni. Il risultato è importante perché fornisce informazioni cruciali sulla formazione di grandi buchi neri già nelle prime fasi di sviluppo dell’universo, nonché sulla possibile esistenza di sistemi composti da più buchi neri. Secondo gli autori, lo sviluppo della tecnica della lente gravitazionale in raggi X potrebbe consentire di stimare, ad esempio, quanti sistemi contenenti due buchi neri supermassicci hanno separazioni abbastanza piccole da produrre onde gravitazionali osservabili in un prossimo futuro con rivelatori collocati nello spazio.

A cura di Stefano Parisini

Crediti video: NASA/CXC/A.

Hobar Musica CC: Falling Together – Scott Buckley —

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